Il Punto del mese

 

L'articolo 18 e i vostri investimenti

 

 

Fin dal primo giorno del governo Renzi, abbiamo scritto che il premier non avrebbe corso i cento metri  –  la specialità che preferisce – ma la maratona. E infatti, vinte le europee, Renzi ha spostato il tiro: il programma a tre mesi è diventato a tre anni, ovvero mille giorni.  Non è un tempo troppo lungo per fare quello che si propone, ovvero raddrizzare l’Italia. Siamo incrostati da cinquant’anni di politiche sbagliate, di sperperi, di tasse, di burocrazia soffocante e – ancor peggio – di un’etica diffusa che ormai mette i diritti sempre prima dei doveri. Non è una situazione che si possa ribaltare in tre mesi e forse neanche in tre anni. Ma provare a farlo è già qualcosa.  
Da qualche giorno sul governo è partito il fuoco incrociato.  L’accusa è di non occuparsi della vere priorità, l’economia e la disoccupazione. L’abolizione dell’articolo 18 ed il jobs Act servono davvero a questo? L’Italia potrà finalmente ripartire e la borsa italiana tornerà a volare? In fondo è già successo in USA, in UK e in molti altri Paesi. No, non credo. L’articolo 18 non sarà la bacchetta magica. E' un tassello importante del mosaico, ma di tasselli ne serviranno tanti altri, prima di vedere un risultato.  
Il punto è che il governo, questo o qualsiasi altro, deve risolvere due problemi per far ripartire l’economia e l’occupazione: deve tagliare i nodi che imbrigliano l’Italia e deve attuare forti politiche anticicliche.
Tagliare i nodi. E’ indispensabile e non ha nulla a che fare con la crisi finanziaria e con la signora Merkel: burocrazia inefficiente, produttività disastrosa e scarsa competitività, tribunali civili che non funzionano, confusione  nella ripartizione dei poteri tra Stato e le mille periferie, incapacità delle istituzioni di decidere in modo veloce e trasparente.  La soluzione di questi problemi richiede tempo e fortissima determinazione. Ma i vantaggi in termini di occupazione saranno nulli nel breve termine e piccoli anche a due/tre anni.  Dunque non sono le priorità? Al contrario, sono le cose che ci permetteranno di tornare grandi. Solo in Italia si pensa che la buona politica debba occuparsi del breve termine. Per questo ci troviamo dove siamo.
Ma tutto ciò oggi non basta.  E’ indispensabile rilanciare la domanda, perché la macchina è inceppata e da sola non riparte.  La crisi mondiale del 2008 è stata durissima e ha colpito tutti, anche Paesi efficienti e flessibili come USA e UK.  Loro ne sono usciti solo attuando per anni politiche economiche molto espansive, fatte di deficit abissali e di politiche monetarie estremamente generose. L’Europa invece si è chiusa in un dogmatismo sussiegoso e sterile, ignorando le lezioni del ’29 e oggi ne paga il duro prezzo.  In Italia, l’unica mossa a rapido effetto  sarebbe un rilancio forte della domanda, senza badare troppo al conto.  Ma nessun governo italiano potrà farlo. Non abbiamo la possibilità di stampare moneta, ne’ di fare spese in deficit e siamo ricattabili sul debito. Se vogliamo vedere risultati in un anno, un anno e mezzo, dobbiamo convincere, o meglio, costringere l’Europa e la Germania a cambiare politica. Chi critica sa bene che la chiave del problema non è più nelle nostre tasche. A meno che qualcuno non pensi di creare occupazione assumendo un milione di bidelli e di postini, magari pagandoli  con nuove imposte ….
Il governo sta cercando di affrontare, mi pare con coraggio, la soluzione del primo ordine di problemi, quelli strutturali, perché sono gli unici sui quali oggi possa incidere. Per far cambiare politica all’Europa serve invece ritrovare del potere contrattuale. Il governo dovrebbe capire che questo fronte è ancora più importante e più difficile di quello interno e richiederà grande abilità, soprattutto in politica estera. Dovremo trovare carte da spendere sul tavolo dell’economia.
La riforma dell’articolo 18 ed altre in cantiere sono prioritarie e indispensabili per rimetterci sui binari, ma non avranno alcun effetto a breve, neppure sui nostri investimenti.  L’Italia continua ad essere un posto pericoloso per investire.  A impennate nei prezzi, senza dubbio sottovalutati, seguono profonde cadute.  La volatilità è alta ed è probabile che le cose restino così per un bel pezzo.  Meglio rivolgersi verso quei Paesi che la crisi hanno saputo gestirla: il futuro è per loro.

     

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